CORONAVIRUS – ASINTOMATICI E DIFESE IMMUNITARIE

Articolo con video promosso da: Dott.ssa Sabina Bitti
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Le modalità con cui la pandemia da coronavirus si è sviluppata e diffusa ci impone di porci delle domande sulle modalità di contagio e sul perché alcuni individui, nonostante l’estrema contagiosità del virus, non sviluppino patologia (portatori asintomatici), oppure sviluppino delle forme paucisintomatiche assimilabili a una banale influenza, o ancora forme gravi con una polmonite interstiziale che può portare a morte nel giro di poche ore oppure risolversi dopo un adeguato periodo in rianimazione con ventilazione assistita.

E’ evidente che questo diverso comportamento, essendo il virus lo stesso, dipende dal terreno in cui esso penetra. La reattività del nostro corpo ad agenti patogeni esterni dipende da vari fattori di natura Psico-Neuro-Endocrino-immunologici. Tutti questi fattori andrebbero analizzati e ciò richiederebbe una lunga trattazione, ma limitandoci solo ad alcuni aspetti possiamo dire che nella prevenzione delle infezioni è imprescindibile il perfetto funzionamento del sistema immunitario e in particolare, in questo caso di un virus nuovo che il nostro sistema non ha ancora incontrato, dei meccanismi di difesa immunitari aspecifici. L’immunità innata o aspecifica è il più antico sistema comune a tutti gli organismi pluricellulari e si attiva immediatamente anche se l’individuo non è mai venuto a contatto con quel microrganismo. Questi meccanismi di difesa rispondono agli agenti patogeni in modo generico con meccanismi molto diversi e non conferiscono un’immunità permanente. L’immunità innata attiva la produzione di proteine come le catelicidine e le beta-defensine ad attività antibatterica e antivirale aspecifica, di citochine, di globuli bianchi in particolare i granulociti neutrofili, i macrofagi, le cellule dendritiche e le cellule Natural Killer che sono in grado di attivarsi rapidamente, intercettare e distruggere i microrganismi patogeni ed eliminare rapidamente le cellule infettate dal virus. I virus infatti per vivere devono introdursi nelle cellule, utilizzare il materiale cellulare per replicarsi, per poi mettere in circolo nuovi virus. Se l’eliminazione delle cellule infettate non avviene tempestivamente, la loro morte può provocare un’immissione massiccia di nuovi virus in circolo. Se invece tutto funziona correttamente, l’agente patogeno viene distrutto o comunque la sua diffusione viene limitata dando pochi sintomi o di lieve entità o addirittura nessun sintomo. Quindi è essenziale che il nostro sistema immunitario sia efficiente.

Non è sicuramente una casualità che questa pandemia sia stata preceduta da un’altra passata inosservata o trascurata che è la pandemia di carenza di vitamina D. È bene sottolineare che anche se la chiamiamo ancora vitamina, in realtà si tratta di un ormone simil-steroideo come gli ormoni del surrene e gli ormoni sessuali. Normalmente essa viene prodotta per il 90% in seguito all’esposizione alla radiazione solare( stando per 10 minuti al sole con braccia e gambe scoperte, quando il sole è allo zenit, ne produciamo circa 10.000/20.000 UI) e solo il 10% può derivare da fonti alimentari rappresentati da pesci grassi, latticini, tuorlo d’uovo ecc.( sempre che gli animali da cui deriva siano stati esposti al sole e non allevati in batteria al chiuso), ma per raggiungere la quantità di vitamina D prodotta col sole dovremmo mangiare 10 porzioni di pesce o bere 100 bicchieri di latte!

Alcuni ricercatori della Oxford University hanno pubblicato nell’ottobre 2010 un’indagine sui meccanismi di azione della vitamina D. Questa ricerca ha verificato l’effetto della vitamina D su 3005 geni. È stato dimostrato che ognuno di questi geni ha un recettore specifico per la D. La vitamina D si lega a questo recettore e perciò influenza direttamente il funzionamento di una grande parte dei nostri geni. Quindi oltre al già ben conosciuto effetto sul metabolismo dell’osso, la vitamina D ha numerosi altri effetti, alcuni ancora da chiarire, ma di sicuro sul suo effetto immunomodulante si sa già molto, si conosce il suo effetto diretto sui geni che attivano la produzione di catelicidine e beta-defensine che sono i pilastri su cui si basa la componete umorale della nostra immunità innata di primo intervento e hanno una notevole e riconosciuta attività antibatterica e antivirale aspecifica. I fibroblasti e le cellule epiteliali (come quelle che rivestono i polmoni e l’intestino) producono queste sostanze che, tappezzando le nostre mucose, ci difendono dalle infezioni. Quindi una carenza o un difetto nella capacità di attivare la vitamina D, geneticamente determinato, impedisce la produzione di questi fattori di prima difesa per cui un virus particolarmente aggressivo può facilmente attaccarsi alle mucose e penetrare nelle cellule determinando l’infezione.

La pandemia di carenza di vitamina D è sicuramente legata a un drastico cambiamento dello stile di vita negli ultimi quarant’anni, che ha portato a vivere sempre più in ambienti chiusi (anche i bambini hanno il loro tempo scandito tra scuola, lezioni di inglese, calcio, musica ecc. ma non giocano più all’aperto), a mangiare troppo e male dal punto di vista qualitativo alimentandoci con cibi a volte precotti, pieni di conservanti, coloranti, aromatizzanti ecc. che ne snaturano le capacità nutritive e soprattutto il contenuto in vitamine e sali minerali essenziali per un buon funzionamento del nostro organismo.

Per assicurarsi un buon funzionamento dell’immunità innata, ma non solo, anche come strumento preventivo per qualunque patologia, è importante avere uno stile di vita sano, questa è la vera prevenzione, anche se erroneamente si parla di prevenzione solo in termini di diagnosi precoce. E’ importante fare questa distinzione perché la vera prevenzione impedisce il verificarsi della patologia e dipende da vari fattori tra cui ciò che introduco nel corpo quindi è importante alimentarsi in modo corretto prediligendo alimenti alcalini come frutta a verdura, perché il nostro organismo funziona bene con un ph lievemente alcalino, ma noi tendiamo ad accumulare acidi nella matrice extracellulare per diversi fattori tra cui un’alimentazione ricca di alimenti acidificanti come farine raffinate, carne, latticini, pesce, uova, alcool, zucchero, caffè. Ma anche l’uso di farmaci, il tabacco, lo stress e la vita sedentaria producono più acidi nel nostro corpo, riducendo le nostre capacità di difesa.

La quantità di acqua contenuta nel nostro corpo è fondamentale per un buon funzionamento del nostro organismo e in un soggetto adulto dovrebbe aggirarsi tra il 50 e il 65 % del peso corporeo e dovrebbe essere quotidianamente rinnovata con una percentuale intorno al 3-4% del peso corporeo (quindi un soggetto di 70 kg dovrebbe bere dai 2,1 a 2,8 litri di acqua al giorno).
Si conoscono già da tempo le reciproche interazioni tra microbiota intestinale e sistema immunitario. Il microbiota umano, rappresentato da batteri, funghi e virus, è infatti concentrato per lo più nell’intestino. Siamo abitati da circa 600 generi e oltre 10.000 specie diverse di microrganismi con un numero complessivo pari a quasi 3 volte quello delle cellule componenti l’intero organismo umano. La funzione primaria del microbiota è quella protettiva la mucosa intestinale, inoltre limita la crescita dei batteri patogeni e stimola le naturali difese. Il 70% della risposta immunologica avviene grazie al primo tratto dell’intestino (tenue), quindi è evidente che per aumentare le difese immunitarie dobbiamo mantenere in salute questo importante organo. Purtroppo molti fattori come dieta, fumo alcool, farmaci antibiotici e antinfiammatori alterano il microbiota intestinale riducendo le nostre capacità di difesa.

La prevenzione tramite lo stile di vita include anche altre categoria operative che riguardano l’aspetto mentale ed emozionale: lo stress cronico, l’ansia, la paura la depressione si associano a una riduzione dell’attività del sistema immunitario. Benché ancora noto soltanto in parte e da precisare nei dettagli, l’abbassamento delle difese immunitarie da stress sembra essere primariamente legato a un meccanismo che chiama in causa il cosiddetto “asse ipotalamo-ipofisi-surrene”, ossia il sistema di autoregolazione della produzione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali, controllato da segnali neuroendocrini inviati da strutture presenti nel sistema nervoso centrale (l’ipotalamo e l’ipofisi).
Lo stress acuto aumenta bruscamente la produzione di cortisolo allo scopo di indurre uno stato di allerta a livello fisico e mentale che predispone l’organismo a reagire a un supposto pericolo, concentrando il dispendio energetico a sostegno delle funzioni immediatamente necessarie (vista, udito, olfatto, attività muscolare, riflessi ecc.) e mettendo in stand-by quelle temporaneamente meno importanti (fame, sete, digestione, sonno ecc.).

Nelle prime 24 ore, lo stress non sembra incidere in modo significativo sull’attività del sistema immunitario. Ma quando si è esposti a uno stress fisico e/o psicologico cronico, anche se non particolarmente intenso, ciò tende ad alterare il numero e il tipo di globuli bianchi presenti nel sangue e nei tessuti e la qualità/quantità delle sostanze difensive che producono (citochine, interferoni ecc.), portando a una complessiva compromissione della capacità dell’organismo di difendersi da aggressioni esterne da parte di virus, batteri e altri agenti patogeni.
In aggiunta, è stato dimostrato che lo stress acuto e cronico altera la composizione delle popolazioni microbiche naturalmente presenti nell’organismo (a livello dell’intestino, della pelle, delle mucose vaginali, urinarie, della bocca ecc.), a sfavore della flora batterica protettiva endogena, promuovendo invece la moltiplicazione e l’attecchimento di specie patogene (già presenti in piccola quantità nel microbiota stesso o intercettate nell’ambiente esterno).

Tra gli effetti del cortisolo, prodotto durante lo stress c’è anche quello di modificare la composizione delle popolazioni di linfociti T presenti nel sangue, inducendo la diminuzione del sottogruppo preposto a sostenere la risposta immunitaria diretta a contrastare gli agenti patogeni.
Anche la qualità del sonno è importante perché in questa fase avvengono i meccanismi di riparazione e rigenerazione. Sia la quantità che la qualità del sonno devono essere inseriti nell’ambito di una circadianità dei ritmi biologici in cui il datore di tempo è il sole con i ritmi luce e buio che attraverso la ghiandola pineale regolano anche i ritmi ormonali e metabolici, quindi alterare i ritmi del sonno si accompagna a una desincronizzazione dei ritmi ormonali che rappresenta un primo passo verso la patologia.
In ambito di prevenzione non si può non considerare l’importanza dell’attività fisica. Molte ricerche hanno stabilito con sicurezza che l’esercizio fisico è la causa di modificazioni dell’immunità organica, infatti può avere effetti sia positivi che negativi sulle funzioni immunitarie riducendo o aumentando la suscettibilità alle malattie minori, a seconda che l’attività fisica sia rispettivamente moderata o intensa. Infatti nelle attività fisiche moderate il sistema immunitario aumenta le proprie potenzialità rispetto all’inattività, nell’attività fisica intensa la sua azione diminuisce.
Sicuramente la lezione che dobbiamo apprendere da questa pandemia è che la salute si mantiene attraverso uno stile di vita che richiede sicuramente impegno personale senza delegare ad altri, magari con una pillola magica la soluzione ai problemi di salute, ma che può fare veramente la differenza di fronte a nuovi agenti patogeni che anche nel futuro potrebbero presentarsi.

 

Articolo con video promosso da: Dott.ssa Sabina Bitti

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